Much Ado About… Alessandro Baricco

“Senza Sangue” è una storia di vendetta, terrore, violenza, della spirale di un odio inestinguibile, è lo schizzo di un manipolo di personaggi, vittime e carnefici al tempo stesso, dilaniati dall’estrema sofferenza di cui la guerra è latrice.

Brevemente, si può dire che il libro si suddivide in due parti, due capitoli, che esplicano i due eventi fondanti della trama, i quali si collocano cronologicamente a delimitare il segmento della vita di Nina, la protagonista, costituendone gli estremi, l’inizio e la fine.
Mostrano, infatti, l’uno la spaccatura all’origine del tutto, ossia la tragica vicenda dell’assassinio del padre e del fratellino di Nina, al quale ella assiste, dal buio di una botola, raggomitolata in una coperta di lana; l’altro, invece, lo scioglimento terminale, una Nina ormai anziana che ritrova e perdona colui che quel giorno lontano la vita gliel’aveva spezzata, senza perpetrare una meccanica vendetta, ma anzi ponendo fine, con il perdono, a quella tribale e squisitamente umana giustizia di sangue di cui la sua stessa famiglia era stata vittima, tanto tempo addietro.
Da qui, “Senza Sangue”.

Girovagando sul web, ho avuto modo di leggere molti commenti recensivi di questo romanzo, l’ultimo lavoro della penna di Alessandro Baricco, i quali procedevano in linea di massima verso la stessa direzione, e trovavano d’accordo, caso assai strano, e il pubblico e la critica.
La tendenza generale è di negare all’opera qualsiasi valore, se non quello di un esercizio letterario e di stile, e l’opinione dei più è che essa sia deludente, noiosa, insulsa, priva di originalità, arida, balzana, scarsa o quantomeno nettamente inferiore ad altre dello stesso autore, quali Novecento o Oceano Mare.

Per quanto mi concerne, invece, vorrei levare una voce a suo favore, affermando che “Senza Sangue”, se non è di certo al livello di altri romanzi dello scrittore, se non è il suo masterpiece, è comunque un’opera carica di contenuti e di significato, emozionale, vibrante e suggestiva, che tiene gli occhi incollati dalla prima all’ultima pagina.

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January 16, 2006 at 2:34 pm 1 comment

Punk isn’t just a look, it’s a state of mind

Sento un mucchio di gente ultimamente dichiararsi Punk senza nemmeno sapere cosa realmente significhi, e tante volte ho avuto voglia di chiedere loro che cosa mai fosse questo Punk che predicano tanto, solo per metterli alle strette e poi smontare tutte le loro stupide risposte.
Se chiedessero a me cos’è il punk, di certo non risponderei “una moda”, nondimeno “un genere musicale”, come usa fare la stragrande maggioranza delle persone.
No. Queste sono solo le conseguenze, le appendici ultime e superficiali – in quanto esternamente visibili – di una corrente di pensiero, di un vero e proprio state of mind.
Per me il Punk è qualcosa di molto più profondo, più complesso.
E’ un dolore acerbo, aspro e viscerale, che nasce in fondo allo stomaco, e si annida nelle pieghe della tua mente, è il virus di un’incoscienza solo apparente, ma in verità voluta e dovuta all’estremamente chiara e fulgida consapevolezza delle debolezze e delle mancanze della società, della gente, del mondo.
E’ la reazione di una mente troppo sensibile alla vista di tali brutture, è la libertà che risiede nella conseguente perdita di speranza, nella discendente mancanza di motivazioni, ed ancora, a seguire, nella scelta di non aderire alle più basilari e cardinali norme di comune convivenza ed agli universalmente riconosciuti principi d’estetica che regolano la nostra quotidianità, il nostro piccolo.
La mancata condivisione di tali regole e convenzioni sociali non scritte prevede come effetto il rifiuto e lo sfregio delle stesse, cose che si manifestano con un look ed un atteggiamento alternativo, provocatorio e spregiudicato, l’anarchismo, l’inevitabile emarginazione – e ditemi adesso se non avete voglia anche voi di scappare, leggendo l’aggettivo “inevitabile” che si accompagna ad una parola come questa…
Ecco motivate tutte le cicatrici, le creste decolorate o al contrario coloratissime, le punte d’acciaio, la rigida e lucida pelle nera, le tinte dolenti del nero e del rosso, gli strappi, le spille di plastica, la chitarra elettrica stridente, veloce e deragliante e non importa se sgrammaticata.

Ora, non vi sono forse delle somiglianze fra un punk ed un sognatore? Non si può istituire un parallelo tra le loro ideologie? In fondo, non desiderano entrambi un mondo più limpido, non auspicano il ritorno ad un’ancestrale e cristallina purezza di costumi e di stile di vita? Non urlano entrambi, non importa se in maniera differente, la loro disperata voglia di un mondo migliore?

January 16, 2006 at 2:27 pm Leave a comment

Il Giovane Holden, un libro di J.D. Salinger

“Holden non riesce a trovare intorno a sé persone o punti di riferimento cui appigliarsi, la vita per lui è un accavallarsi di delusioni e fallimenti. Non accetta il conformismo, tutto gli sembra stupido, non sopporta le regole, ha costantemente ‘una malinconia del diavolo’, non gli riesce di ‘cavar fuori niente da niente’. Ipersensibile, ipercritico con sé e con gli altri, cinico e ironico, distrugge con lucidità i miti della classe sociale alla quale appartiene. E’ talmente convinto di valere poco e di non potercela fare che ogni tentativo di andare avanti si risolve poi nel fuggire da qualcosa o da qualcuno. La scuola, gli amici, le partite di rugby, il tifo sfegatato per la squadra, gli hobbies, le ragazze, le spacconate, i discorsi trasgressivi di sesso accompagnati da bevute di liquori che sembrano ‘mandare in sollucchero’ i suoi compagni di stanza e di corso scorrono su di lui senza lasciar traccia o gli procurano un vero e proprio senso di nausea. Un po’ per volta si consolida dentro di lui la convinzione, espressa nei gesti come nelle parole, che non c’è niente per cui valga veramente la pena di vivere.[…]Holden, col suo modo di fare tenero e sperduto, è un personaggio simbolo che è un po’ in tutti noi, così come Ulisse, come Penelope, come Orlando.
MARIANGELA GIUSTI

Holden è solo un ragazzo,

“Ad ogni modo, io continuavo a starmene vicino a quel cannone scassato, guardando la partita e gelandomi il sedere. Solo che alla partita badavo poco. Se me ne restavo lì era perché cercavo di provare il senso di una specie di addio. Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. E’ una cosa che odio. Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando. Se no ti senti ancora peggio.”

come tanti,

“Mi piaceva quel maledetto posto, perchè c’era un odore così buono… un odore come se fuori piovesse anche quando non pioveva, e voi eravate nell’unico posto caldo e asciutto del mondo.”

come me.

HOLDEN: “Sai quella canzone che fa ‘Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno?’ Io vorrei…”
PHOEBE: “Dice ‘Se scendi tra i campi di segale, e ti VIENE INCONTRO qualcuno’… E’ una poesia. Di Roberto Burns.” HOLDEN: “Credevo che dicesse ‘E ti prende al volo qualcuno’. Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo (…) Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia”.
Chissà se ci perderemo,

“Non sapevo dove diavolo andare (…) Così andò a finire che mi feci tutta la strada a piedi fino alla stazione centrale (…) e pensai di dormire in quell’idiotissima sala d’aspetto dove ci sono tutte le panche. E feci proprio così. Per un po’ non fu tanto male perché c’era poca gente e potei stendere le gambe. Ma non mi va di parlarne. Non è stata una cosa piacevole. Non ci provate. Dico sul serio. Vi deprimerà”.

o se saremo salvati.

“Io, suppergiù, so soltanto che sento un po’ la mancanza di tutti quelli di cui ho parlato (…) E’ buffo. Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti.”

December 13, 2005 at 7:07 pm Leave a comment

Happy Berry

Ieri, senza apparente motivo, mi sono ritrovata fra le mani un fumetto che non sfogliavo da anni, ossia il primo numero di Gokinjo Mongatari, il capolavoro per cui l’Ai Yazawa – autrice, fra gli altri, di manga quali “Ultimi Raggi Di Luna”, “Paradise Kiss”, diretto seguito di Gokinjo, e “Nana”, quest’ultimo ancora in prosecuzione – si acquistò a buon diritto la fama di mangaka a livello mondiale.

Le radici del forte legame che mi unisce a questo fumetto sono da ricercarsi nella mia infanzia, quando, tornando a casa alle quattro e mezza del pomeriggio, dopo una lunga giornata scolastica (allora frequentavo il tempo pieno alle elementari) mi sedevo sul tappeto istoriato, davanti alla TV, smangiucchiando un cornetto con la Nutella, per godermi avidamente ogni singolo fotogramma del nuovo episodio delle serie animata “Curiosando Nei Cortili Del Cuore” – questo il nome di traduzione italiana con cui il manga è conosciuto nel nostro paese.

Mikako e Tsutomu, vicini di casa, condividono il medesimo pianerottolo, sono amici d’infanzia e di famiglia, ed ora adolescenti alle prese con un amore che non lascia spazio a domande o motivazioni, nato prima di loro, dolce come il miele, eterno come le stelle, e colorato come un bouquet di tulipani o un cesto di caramelle alla frutta.
Tutt’intorno a loro si muove e mobilita una miriade di personaggi, stilizzati, schizzati ma caratterizzati nelle loro differenti personalità; sono gli amici dell’Akindo, con le ansie ed i travagli, i conflitti irrisolti, le gioie, le vittorie, gli ostinati desideri.
E poi, infine, come dimenticarlo, l’ambizione di Mikako, la sua massima aspirazione: diventare una stilista affermata, varcare la soglia di casa e vedere il marchio dell’Happy Berry, da lei ideato, costellare i capi d’abbigliamento delle ragazze che le sfilano dinanzi.
La conclusione? Il consolidamento di un amore immune al parassitismo del tempo, ed il coronamento del suo sogno, rincorso ed incalzato con estrema caparbia e costatole grandi sacrifici, che si traduce nella conferma di un talento nel quale hanno sempre nutrito piena fiducia tutti coloro che costituiscono l’universo privato e personale della protagonista.

Ebbene, ieri sera l’ho scorto, lì, silenzioso, impolverato dal tempo e come dimenticato, nell’ultimo scaffale in basso della mia libreria, il primo numero di Gokinjo Monogatari, con la copertina azzurra, e Mikako che vi campeggia sopra…
L’ho sfogliato, e sfogliandolo ho visto di nuovo e per la prima volta Tsutomu, altissimo, magrissimo e bellissimo, con il cappello da cowboy e la giacca nera, e Mikako, i lunghi capelli biondi raccolti in due codini alti sulla nuca, nel suo maglioncino di lana bianca, il reggicalze e gli stivali con la zeppa ed il tacco alto, che indossa sempre per ovviare al difetto di un’altezza ridotta.
Li ho guardati, e mi si è stretta la gola nel pensare a tutti i miei sogni persi per strada, ed ho odiato chi, costringendomi ad una realtà piatta ed uniforme, come un rilievo privo di profondità, mi avesse portato a rinnegarli ed a chiuderli nel dimenticatoio delle aspirazioni irrealizzabili.Vorrei rubare a Mikako le sue motivazioni, solide e sincere. Ma soprattutto, se potessi, e se servisse, le ruberei la sua storia d’amore per ricostruire la mia.

December 11, 2005 at 12:45 pm Leave a comment

Meeting Gilbert & George

Risale a qualche mese fa il mio primo contatto con l’arte nichilista e dallo humour sottile, colto ed intelligente di Gilbert&George, i due artisti britannici della seconda metà del Novecento che, proclamatisi “sculture viventi” e alfieri di “un’arte per tutti”, hanno portato avanti negli anni una vera e propria ricerca artistica, in bilico tra body art e studio concettuale.
Erano gli ultimi giorni di marzo, quando, sfogliando le pagine dell’opuscolo informativo “Roma C’è”, che compro oramai abitualmente per tenermi informata sulle mostre d’arte contemporanea in corso a Roma, notai un trafiletto che si riferiva giustappunto all’opera dei due artisti suddetti, denominata “The General Jungle or Carrying On Sculpting”. Rimasi fortemente colpita dall’indicazione che l’esposizione constava di 12 opere a carboncino su carta intelata di grandi dimensioni, un medium espressivo alquanto insolito per me, abituata ad essere in contatto con le sole tele dei grandi artisti del passato, e ne fui incuriosita a tal punto che qualche giorno dopo mi ritrovai lì, al MAXXI – museo nazionale delle arti del XXI secolo – per vedere la mostra.
Mi trovai dinanzi opere solo apparentemente silenziose, che parevano dotate di uno strano, inesprimile ed imperscrutabile fascino. Come appresi in seguito, dopo essermi documentata, esse furono realizzate proiettando una serie di diapositive in direzione di pannelli sui quali poi gli artisti avevano ridisegnato, seguendo la traccia fornita loro dalla proiezione, le proprie segome a carboncino inscritte in ambientazioni che si situano fra la natura e l’urbano e che si riferiscono ad un parco londinese.
Il fatto che le sagome, come l’ambiente circostante, non fossero ben definite, ma al contrario apparessero schizzate ed abbozzate – da notare a questo proposito l’uso del carboncino, lo strumento per eccellenza del “disegno preparatorio” – conferiva all’immagine un fascino retrò, dato anche dal processo di invecchiamento al quale i fogli erano stati precedentemente sottoposti, che tuttavia veniva subito corretto dal sapore estremamente moderno dei titoli posti al margine inferiore, i quali rendevano l’opera leggibile anche come un manifesto programmatico d’attualità.

Mi rendo conto solamente ora, che probabilmente la fascinazione che l’opera ha esercitato su di me derivava dalla sua disarmante ed originale semplicità – un valore con cui purtroppo l’uomo moderno non è più abituato a rapportarsi – e nella sua coerenza senza pretese.

“The General Jungle or Carrying On Sculpting” è la storia di due solitudini che, risvegliatesi dalla propria vacuità, ci mostrano una loro giornata tipica, trascorsa a vagabondare in un ipotetico Eden ricostruito nei parchi della città, cercando lo scontro ed il confronto solo con sè stessi ed il proprio ricchissimo e sconfinato mondo interiore.

Ciò che ho appreso da Gilbert & George, quello che mi hanno detto in filigrana, è che l’uomo non necessita di null’altro se non di sè stesso, del proprio corpo – e questa è body art, il il presentarsi alla folla, all’inizio della propria carriera, completamente ricoperti di vernice d’oro metallico, affermando la propria identità di sculture viventi al motto “L’arte siamo noi!”” – e della speranza in una sola cosa, un valore vitale, che si crea nella conca del nostro animo, e si manifesta nei modi più disparati e peculiari per ciascuno di noi: l’arte.

Ed io spero proprio di averla capita almeno un po’, l’arte di queste due personalità così geniali, un’ arte nuda, provocatoria, e provocante, nella sua assolutamente schietta linearità.

December 10, 2005 at 2:05 pm Leave a comment


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